Per un futuro autoctono servono le imprese àncora

Su La Sicilia del 5 luglio 2011, ospitato un intervento del Prof. Rosario Faraci (clicca qui per la visualizzazione in pdf, CT0507-CR04-32 faraci-futuroauctono) a commento dell’editoriale di Rossella Jannello su La Sicilia del 2 luglio (CT0207-PCR1-39(jannello).pdf).

Il testo del contributo è di seguito riportato

Lo stimolante editoriale “Un futuro autoctono” di Rossella Jannello, pubblicato sabato 2 luglio, sulla ricerca del filo conduttore fra due scenari apparentemente contrastanti nel mercato lavoro catanese (le vicende aziendali di Pfizer e di 3Sun) induce qualche riflessione. Catania non è certo paragonabile ad altri siti siciliani (Gela, Augusta, Milazzo, Termini Imerese) che hanno sperimentato processi di industrializzazione esterna devastanti per i costi sociali, ivi compresa la contrazione di forza lavoro, provocati  nel tempo. Non v’è dubbio tuttavia – come dimostrano i risultati del progetto di ricerca internazionale FRIDA cui ha partecipato l’Università di Catania e presentati nei mesi scorsi – che non è possibile creare sviluppo nel territorio se non vi sono “imprese àncora”, cioè organizzazioni capaci di creare traffico di idee, conoscenza e saperi imprenditoriali, con positive implicazioni sull’occupazione e sull’indotto. In presenza di insediamenti produttivi abili a beneficiare solo delle economie esterne che un territorio è capace di creare, è verosimile che, ai primi segnali di crisi di mercato, le imprese, quantunque multinazionali, non del tutto mature per esercitare il ruolo di “àncora”, rinuncino ad effettuare investimenti e trovino convenienza a delocalizzare altrove, a dismettere i cosidetti “rami secchi”, ad effettuare decise ristrutturazioni aziendali con forti implicazioni sull’occupazione. In altri contesti, dove il radicamento territoriale nei rapporti con altre imprese è più solido, il sostegno delle pubbliche istituzioni è continuo e mirato, le convenienze legate alla diffusione di saperi specialistici e di know-how avanzato sono più forti, le multinazionali – vedi il caso di ST Microelectronics a Grenoble, in Francia – valutano diversamente le implicazioni delle cicliche crisi di mercato. E, sicuramente, continuano ad investire anche in tempi di magra. A Catania, tranne qualche eccezione, si fa fatica ad individuare imprese “àncora” nel territorio. L’assenza di una chiara visione della politica regionale e locale completa il quadro. Le realtà aziendali più grandi, e dunque con più forti livelli occupazionali, operano nei settori della distribuzione commerciale alimentare, del commercio all’ingrosso di prodotti farmaceutici, della vendita organizzata di beni dell’elettronica di largo consumo. Crescono grazie anche alla proliferazione dei centri commerciali, ma prima o poi si raggiungerà una fase di saturazione nel mercato, data la crisi dei consumi. Altre realtà emergenti – nei campi dei servizi di trasporto aereo, del trasporto merci e logistica, delle telecomunicazioni e, più recentemente, delle grandi costruzioni edili – operano tra Catania (dove hanno sede legale) e altri siti geografici, ove trovano migliori occasioni di investimento e di profitti.Poi c’è tutto il resto. Decine di migliaia di micro e piccole imprese, sovente a conduzione familiare, che sono state, nell’ultimo biennio di crisi, i veri “ammortizzatori sociali” di un territorio che si presenta ancora poco competitivo e poco internazionalizzato. Stanno soffrendo terribilmente, soprattutto dal punto di vista finanziario, sono piene di debiti, ma hanno arginato il fenomeno della disoccupazione, perché guidate da piccoli imprenditori “autoctoni” socialmente responsabili. Tranne che per rari casi, non ci sono forti mobilitazioni sociali per difendere queste piccole realtà.Non sarebbe il caso di ripartire da qui per immaginare un diverso futuro sviluppo economico di Catania e dell’intero Sud-Est di Sicilia?

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