Competitività e maggiore coordinazione

L’articolo di Antonella Agata Di Gregorio sul numero 31 del settimanale Prospettive (9 settembre 2012)

Competitività e maggiore coordinazione. Intervista al Prof. Rosario Faraci sulle realtà aziendali del nostro territorio

Affrontare temi relativi all’economia porta inevitabilmente a delle consequenziali considerazioni d’insieme di carattere sociologico. Tali questioni si inseriscono, oggi più che mai, all’interno di un quadro generale segnato da uno stato di crisi che investe tutti i settori, dunque l’intera società, e attualmente non lascia molti spiragli di miglioramento per il futuro. Al di là di mere percentuali, proiezioni e dati c’è un rischio considerevole che mina alla base la stabilità del vivere quotidiano dell’uomo – cittadino. La crisi, questa coltre scura che grava ormai sull’attuale società, porta con sé segnali di recessione, fasi di stallo e mette inevitabilmente in luce le carenze insite, e molto spesso mal celate, nel sistema economia. Tutti i mass media, chi più chi meno, hanno approfondito e sviscerato quotidianamente e costantemente i diversi problemi legati a tale stato, mettendo in evidenza diverse sfaccettature e pareri contrastanti. Ma ciò che manca, o che almeno non è chiaramente messo a punto, è la situazione territoriale a livello capillare, ovvero le condizioni delle aziende che operano nelle diverse territorialità e che vanno a creare quella fitta rete di produttività che è il tessuto connettivo della nostra economia. Se vogliamo porci delle domande e ricercare i tanti perché, i se ed i ma… forse non possiamo addossare tutta la colpa alla classe politica che, se in gran parte ha omesso con la sua mancanza di vigilante attenzione di mettere in chiaro i problemi e non ha avuto la forza per trovare eventuali soluzioni, non è l’unica ‘colpevole’. Gli addetti ai settori probabilmente non sono stati abbastanza lungimiranti nell’adeguarsi ai cambiamenti repentini che investono continuamente il mondo dell’economia. Per delineare il quadro economico delle aziende presenti all’interno del nostro territorio abbiamo intervistato Rosario Faraci, Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania. Il prof. Faraci è stato Visiting Professor di Strategia alla University of Florida (Stati Uniti) e da diversi anni collabora con la Camera di Commercio di Catania per conto della quale ha realizzato numerosi studi e ricerche sulle imprese del territorio

Il quadro economico generale non è certo dei migliori. In questo stato di crisi plurisettoriale, che tipo di difficoltà devono affrontare le aziende del nostro territorio?

“Le nostre aziende sono in crisi per motivi diversi. Ci sono ragioni contingenti legate alla crisi dei mercati internazionali, in particolare di quelli finanziari su scala globale. Ci sono poi ragioni specifiche legate all’andamento di taluni settori. Ad esempio, in agricoltura molte imprese versano in condizioni critiche perché soffrono la concorrenza sui prezzi a livello internazionale. Nell’edilizia la crisi è da domanda, sia finale che intermedia, dato che molti strumenti di programmazione urbanistica sono bloccati e i lavori pubblici sono in fase di stallo. Nel commercio, che poi è uno dei settori portanti della nostra economia locale, la crisi è legata al crollo dei consumi, ma anche all’incapacità di molte piccole imprese di reggere il confronto con i centri commerciali. Ma ci sono anche ragioni più strutturali, che hanno origini lontane. Le nostre imprese sono piccole, padronali o familiari, poco internazionalizzante, non fanno rete, hanno modelli di business non più adeguati all’evoluzione dei mercati. Dunque, versano in condizioni critiche, perché fondamentalmente sono poco competitive”.

 

Possiamo delineare un profilo di queste aziende, paragonando la loro condizione attuale a quella di qualche tempo fa e tenendo presente la situazione delle altre aziende su scala nazionale?

“Se assumiamo come riferimento il territorio di Catania, esso è popolato, come altrove del resto, da piccole e piccolissime realtà aziendali; giuridicamente sono ditte individuali, con una leggera presenza dei familiari nella gestione quotidiana, qualche collaboratore ed operano nei settori più tradizionali, come l’edilizia, l’artigianato, il commercio, i trasporti e ovviamente l’agricoltura. Poi ci sono le medie e le grandi che, sul totale delle imprese attive al sistema camerale, che sono quasi 83.000, valgono percentualmente meno che in altre province italiane. Mantengono una configurazione familiare sia nella governance che nella gestione; operano in settori tradizionali, con forte caratterizzazione economica nel commercio; ma rimangono poco competitive, perché scarsamente internazionalizzate e poco innovative, sul versante della ricerca e sviluppo. Soffrono dal punto di vista finanziario, come del resto le piccole e piccolissime, ma mediamente sono più indebitate verso il sistema bancario e, dunque, alla lunga, con la situazione di stretta creditizia, potrebbero ulteriormente soffrire, come dimostrano i recenti fatti di questi ultimi mesi. C’è infine la grandissima impresa, che nel nostro territorio si limita a poche esperienze nel settore della microelettronica e del farmaceutico, ma si tratta per lo più di filiali di multinazionali, le cui scelte di gestione vengono assunte altrove”.

Secondo Lei, le aziende quali strategie possono adottare per migliorare la loro condizione in termini di rilancio e competitività?

“Io sono dell’avviso che bisogna individuare nell’agenda politica e delle istituzioni il problema della competitività, assumendo una prospettiva ampia, di competitività del territorio nel suo complesso e dunque delle imprese che in esso vi insistono. Il nesso è di tipo circolare, poiché un territorio più competitivo e attrattivo migliora la competitività delle imprese esistenti e ne attrae di nuove e, dunque, il maggior livello di competitività delle imprese accresce il potenziale di competitività e di attrattività di un territorio. Oggi tutto ciò non si vede, e non solo per miopia della classe politica. Io auspico che si possano creare nuovi tavoli per affrontare seriamente la questione. Immagino un tavolo di coordinamento promosso dalla Camera di Commercio, dalla Prefettura e dall’Ufficio Provinciale del Lavoro che riesca ad affrontare, in modo olistico, i problemi di sviluppo economico del territorio e delle imprese. A sua volta, questa sorta di task force potrebbe promuovere tavoli tecnici specifici su singole questioni, magari avvalendosi del contributo di professionisti, intellettuali e dell’Università. Prenda ad esempio, il problema delle infrastrutture. Se non si assicura un coordinamento fra le principali infrastrutture del nostro territorio, cioè il Porto, l’Aeroporto, il costituendo Interporto, coordinandosi a sua volta con i gestori della rete stradale e ferroviaria, le nostre imprese, operando prevalentemente nei settori tradizionali, continueranno a scontare un deficit di competitività rispetto al resto del Paese che incide mediamente almeno per il 30% dei costi totali. E poi, via via, tutte le altre problematicità, cominciando dal credito, che a Catania e provincia, in un anno, si è contratto di quasi mezzo miliardo di euro; per finire, con i fondi strutturali ed europei che vanno intercettati con progetti seri e credibili e, una volta ottenute le risorse, vanno spesi per riattivare il virtuoso circuito dell’economia. Credo, infine, in tutta onestà, che bisogna lavorare sodo anche per migliorare la professionalità dei nostri imprenditori, abituandoli a ragionare su modelli di business e di governance delle loro imprese che siano più consoni ai tempi che cambiano rapidamente”.

 Antonella Agata Di Gregorio

 

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