L’Impresa Eccezionale? Fare Impresa

L’articolo apparso su La Sicilia (pag.30) del 13 novembre 2012. Clicca qui per visualizzare l’intera pagina in pdf (CT1311-CR02-30)

Qual è l’impresa eccezionale? La traversata di Grillo? Il lancio di Baumgartner da 39 km di altezza? Ho posto la stessa domanda ai miei studenti che hanno fame di futuro e sete d’avvenire. Per non finire come nel “Ciclo dei Vinti” di Verga, per loro l’impresa eccezionale è quella che sognano come possibile progetto di lavoro e di vita nella nostra isola. Sono d’accordo con loro, i recenti successi di Flazio e AppsBuilder ne sono una testimonianza. Ma sul finire del 2012, anno di crisi nera per l’economia e la finanza, aggiungo pure l’impresa eccezionale è continuare a fare impresa in Sicilia. Tenerle in vita con l’ossigeno le aziende, per via della difficoltà ad ottenere i dovuti finanziamenti pubblici (come per molte imprese del terzo settore, dalle cooperative sociali alle Ipab). Farle sopravvivere nei settori manifatturieri, dell’agricoltura, dell’edilizia (in grave crisi di identità) e dei servizi, duramente provati dalla concorrenza. Talvolta sembra che i nostri imprenditori abbiano fatto fin qui un miracolo, attraverso una mirabile sintesi fra la testa, il cuore e la tasca. Ma quanto durerà questa situazione in un clima di profonda avversione sociale all’impresa, in un momento di mancanza di nuove idee, in un contesto in cui la pubblica amministrazione è incapace di trovare razionali soluzioni ai suoi problemi di bilancio? Nell’anno che sta per chiudersi, il bollettino delle cattive notizie è disastroso. Diverse aziende hanno chiuso; le grandi sono in notevoli difficoltà (per tutte Aligrup e Wind Jet); è cresciuto il numero delle procedure concorsuali attivate; le pratiche avviate all’ufficio del lavoro per la cassa integrazione sono in aumento. Nel contempo, tra ritardi della pubblica amministrazione nei pagamenti, una oggettiva situazione di “credit crunch” del settore bancario, il rilevante peso dei debiti finanziari pregressi e di quelli tributari, una certa rigidità del costo del lavoro, molte imprese, che affrontano pure il crollo della domanda finale, stanno per chiudere battenti. Se non lo fanno ancora, è perché sono eccezionali, cioè sono imprese formidabili che lottano per continuare a vivere e non licenziare i dipendenti. Ma per quanto tempo ancora? L’eccezionalità sembra diventata la normalità, ma bisogna superare al più presto la straordinarietà del momento, altrimenti sarà crisi buia. Saranno di aiuto, portando il buon esempio, le start up innovative? Bisogna ristabilire la giusta distanza fra ciò che è normale e ciò che è veramente eccezionale. Situazioni di normalità per le imprese devono essere l’equilibrio economico e finanziario nei conti, la regolarità nella riscossione dei crediti e nel pagamento dei debiti e dei lavoratori, un carico fiscale giusto ed equo, la puntualità e l’affidabilità nelle consegne, una corretta gestione dei rapporti con la clientela ordinaria. L’eccezionalità, come elemento di discontinuità, andrebbe rinvenuta nell’innovazione, nella sperimentazione di nuovi modelli di business, nella rivitalizzazione degli assetti di governance, in una managerializzazione dei processi. Ci vorrebbe pure un momento di discontinuità da parte della amministrazione pubblica, in primis quella regionale, per riattivare i circuiti virtuosi dell’economia reale. Non sappiamo come ciò avverrà perché non se n’è parlato in campagna elettorale. C’è un problema di trade-off nella spesa regionale e non sarà facile risolverlo nemmeno per il neo Presidente Crocetta: se la coperta è corta per assenza di risorse, bisogna decidere se continuare a alimentare la spesa corrente (ad esempio, per la formazione e i forestali) oppure promuovere una spesa in investimenti in favore delle micro, piccolissime, piccole e medie imprese. Questo tema prima o poi bisognerà affrontarlo, anche per evitare che scoppi una faida generazionale fra giovani disoccupati e adulti esodati. A livello di sistema, sembra di per sé eccezionale raggiungere tre obiettivi vitali per ancorare lo sviluppo economico della Sicilia alle imprese vitali e allentarne la dipendenza dal soggetto pubblico: attrarre nuovi investimenti non siciliani; favorire l’esportazione; incrementare il turismo. Ove raggiunti, questi obiettivi porterebbero valuta, ricchezza, nuovi posti di lavoro e rilancerebbero il “made in Sicily”.

Rosario Faraci

Ordinario di Economia e gestione delle imprese

Università degli Studi di Catania

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