E’ prioritario definire standard di servizio a studenti docenti e territorio

E’ PRIORITARIO DEFINIRE STANDARD DI SERVIZIO A STUDENTI DOCENTI E TERRITORIO (intervento del prof. Faraci su La Sicilia del 25 ottobre 2013)

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Le “conversazioni sull’Università” stanno alimentando un dibattito interessante e ragionato su attualità e futuro del nostro Ateneo. Non entro nel merito delle graduatorie Censis o del VQR, anche se sono convinto che è solo da un confronto serio con altri Atenei che l’Università di Catania potrà crescere. Da presidente di corso di laurea e delegato del Rettore al trasferimento tecnologico, ma soprattutto da professore di discipline aziendali, mi sento di affermare che è prioritario definire chiari standard di servizio agli studenti, alla comunità scientifica e al territorio e su quegli standard modellare l’attività didattica, di ricerca e la cosiddetta terza missione. Solo dopo vengono le politiche della macchina amministrativa per eliminare i rischi di improvvisazione ed eterogeneità, ma allo stesso tempo senza sacrificare creatività ed innovazione da sempre il “plus” che la collettività si aspetta dall’Università. In questo senso, fin dai prossimi mesi il sistema integrato AVA (autovalutazione, valutazione periodica, accreditamento) ci porrà di fronte a sfide interessanti che, se raccolte con impegno e passione, potranno rilanciare l’offerta didattica e la qualità della ricerca finora proposte. Fin qui la riforma Gelmini e le conseguenti determinazioni adottate dall’Ateneo di Catania attraverso lo Statuto hanno ribaltato ciò che avviene di norma in tutte le grandi organizzazioni: da noi si è optato prima per la proceduralizzazione dell’attività amministrativa per adottare politiche di bilancio più rigorose, e poi le attività didattiche e di ricerca si sono dovute adeguare di conseguenza. I risultati di tali scelte, non irreversibili, sono dinanzi agli occhi di tutti. La macchina amministrativa è divenuta subito autoreferenziale e produce carte e pareri; la didattica e la ricerca vengono sostenute dai docenti con grandi difficoltà organizzative e sorrette dai coordinatori dei corsi e dai direttori dei dipartimenti che svolgono un lavoro sovrumano di rincorsa quotidiana alle emergenze, senza più incentivi né finanziari né di altre risorse. L’Università ha finito per perdere così attrattività sia per le famiglie che per le imprese e i privati i quali invece dovrebbero pienamente sostenerla. In queste condizioni, qualsiasi fatto si verifichi in Ateneo – il protrarsi di un disservizio agli studenti, il comportamento rigoroso e selettivo di qualche docente agli esami, la fuga dei cervelli e le difficoltà di placement dei laureati, gli esiti di un concorso – diventa eclatante fatto di cronaca, suscitando le reazioni più disparate, spesso emotive, qualche volta astiose, talora persino cattive. Comprendo il disagio di quei colleghi che, attraverso le colonne di questo giornale, si sono lamentati dello stato di fatto, rimpiangendo i tempi di un’Università che funzionava diversamente, anche se ovviamente – sia per attuali vincoli di bilancio che per progressivo avvicinamento ai modelli internazionali – quel sistema non esiste più. Personalmente, nutro l’ambizione di lavorare all’interno di una “Casa della Conoscenza” capace di muoversi su due binari. Da un lato, l’Università che definisce e comunica chiari e precisi standard di servizio, soprattutto nella didattica e nell’attività di ricerca. Dall’altro, l’Università che mi piace chiamare “capovolta” che dia spazio, portandoli dentro il sistema, anche ad altri importanti stakeholders: gli studenti nelle aule, secondo un modello di “flipped classroom” che molti Atenei internazionali stanno adottando anche con l’aiuto delle nuove tecnologie; la comunità aperta degli studiosi e dei ricercatori che apporta nuove energie, nuove idee e soprattutto un respiro internazionale alle nostre attività; le imprese e le altre istituzioni coinvolte nella terza missione d’Ateneo in modo da creare circuiti virtuosi di sviluppo economico e sostegno all’imprenditorialità; E’ un’utopia? Non credo. E’ piuttosto un’eutopia, cioè una speranza possibile!
Rosario Faraci
Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese
Università degli Studi di Catania

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